PICCOLA STORIA DEL CARNEVALE
DI VITTORIO GLEIJESES
ALBERTO MAROTTA EDITORE

IL CARNEVALE A ROMA
Il
Carnevale a Roma oggi non è che un pallido ricordo, che emerge da vecchi
documenti e stampe scolorite; eppure possiamo affermare senza tema di smentita
che questa festa dell'allegria e dell'abbondanza, questa sagra della risata e
dello scherzo, è nata proprio a Roma!
Abbiamo
sommariamente passato in rassegna nel capitolo precedente le feste dell'antica
Urbe. I Baccanali, i Saturnali e
così via, avversati dalla nuova religione che faceva un numero sempre maggiore
di proseliti, scomparvero con lo scomparire della fede negli dei bugiardi, ma
non scomparve la voglia di divertirsi dei cittadini romani che trovarono il modo
di sfogarsi anche ne e ste cristiane. Dopo
la caduta dell'impero romano di occidente, c'è un periodo di completo vuoto
nella storia delle feste romane, giustificato dalle precarie condizioni popolari
nella città sbandata. Qualche
notizia emerge a stento dagli scritti dei cronisti franchi e da qualche
biografia di pontefici, come quella di papa Zaccaria 17
Che nel
731 deplorava le manifestazioni pagane
che
davano scandalo ai pellegrini che venivano a Roma per onorare la tomba di San
Pietro. Anche nel IX e X secolo i
papi disapprovavano l'andamento delle Feste dei Pazzi, com'erano chiamati allora
i giorni del carnevale, che duravano tutta la settimana dopo l'ottava
dell'Epifania. Queste feste
venivano chiamate anche della libertà
e lo stesso clero, o almeno la parte peggiore _di
esso, pro-
17
Regnò dal 741 al 752. Cercò
di liberare l'Italia dalla dominazione di re Liutprando, e vi riuscì in parte,
riconoscendo Pipino il Piccolo, che, scacciato il merovingio Childerico III,
diede origine alla dinastia carolingia.
24
25
fanava
i templi insieme al Popolo Più libertino mescolando nel modo più indegno il
sacro al profano. Una turba di
forsennati correva in chiesa a scegliere un diacono che veniva eletto Re dei
Pazzi: gli altari, mense eucaristiche, venivano ricoperti di cibarie e bevande
di ogni genere e trasformati in tavole per banchetti.
Dopo aver mangiato e gozzovigliato in chiesa, o giocato ai dadi, per
chiusura della festa i pazzi, in
costume semi-adamitico, svestivano una fanciulla e la portavano in processione
tra urla e schiamazzi. Tale era il
carnevale in quei secoli tanto oscuri; queste feste prendevano in ridicolo
persino la fuga in Egitto della Sacra Famiglia con una corsa degli asini i cui
protagonisti erano una fanciulla discinta, un bimbo ed un vecchio; forse gli
asini volevano ricordare anche le, feste dedicate a Pistone.,
Il
IV C nei io di Toledo condannò ogni tipo di festa pag@@: tuttavia fino al
secolo XI ci furono delle f este ecclesiastiche che ricordavano un po' il
carnevale, ma le notizie che abbiamo in proposito sono molte scarse.
Pare che, accompagnate dal suono a distesa delle campane, da tutte le
parrocchie romane affluissero processioni verso San Giovanni in Laterano, dove
giungeva anche il Papa e si cantava un inno chiamato Deus
ad bonam horam. Dopo questo
canto i sacristi iniziavano una danza a suon di campanelli ed il parroco più
giovane montava su una mula seduto con il viso verso la coda con un gran
canestro che doveva servire per raccogliere oboli e doni in natura.
Qualche
menestrello o trovatore ci tramanda l'eco delle feste carnevalesche in onore di
Carlo 1 di Provenza nel 1285; all'incirca in quest'epoca cominciò l'abitudine
della giostra in alcune feste che si chiamarono di Agone e di Testaccio, nomi
che ricordano i luoghi della città nei quali si svolgevano principalmente le
feste nel periodo del Carnevale. Fu
allora che sui resti del circo agonale di Domiziano, capace di ben trentatremila
posti, si spianò quella superba Piazza Navona che doveva per alcuni secoli
essere il teatro principale del carnevale romano. In questa storica piazza di Agone, poi Nagona, e poi... Na-
26
18
vona
, ed al Monte Testaccio si festeggiava il carnevale nel Medioevo.
Le feste, ridotte dai pontefici al Giovedì grasso in Piazza Navona ed
alla domenica di carnisprivium al
Testaccio, furono chiamate carnevalesche e precedevano un periodo di penitenze
chiamato quaresima. Così la
settimana che precedeva la quaresima fu periodo di feste e fu chiamata hebdomada
grassa e la domenica dominica ad
carnes levandas. A penitenza di
quanto si era potuto fare la Chiesa prescrisse il digiuno, la penitenza e il
segno di mestizia coprendo effigi ed altari e togliendo qualsiasi canto o
allegrezza dalla liturgia.
Fino
al secolo XV mancano notizie di altre feste carnevalesche, oltre quelle già
nominate di Agone e Testaccio, alle quali interveniva anche il Pontefice e tutta
la nobiltà romana. Ciascun rione
offriva i migliori giocatori ed alcuni tori che, ornati da nastri con i colori
del quartiere, guidati dal contestabile invitavano tutti a partecipare alla
festa che consisteva appunto in una specie di corrida e poi in una Giostra del
Saraceno, sul tipo di quelle a cui si può assistere oggi ad Arezzo.
Con
l'inizio del secolo XVI incominciò la lotta ai giudei.
Ci racconta un cronista del tempo che i malcapitati erano portati sul
monte Testaccio, spogliati e chiusi in botti che venivano fatte rotolare.
Se uscivano vivi dalle botti, subivano ancora il ludibrio degli astanti;
se morivano, veniva data loro sepoltura. Gli
ebrei scelti di solito per questo barbaro divertimento erano quelli che si erano
dimostrati esosi contro qualcuno. In
seguito invalse l'uso di far pagare loro una parte delle spese per le feste del
Carnevale; anzi fu proprio il Papa
18 P-
la pìazza romana costruita sui resti dello Stadio di Domiziano con le medesime
dimensioni, ed il suo nome deriva appunto, per corruzione, da quei giochi agona@i
che si svolgevano nel Circo, i cui resti si possono ancora oggi vedere da via
Zanardelli e sotto l'atrio del palazzo n. 49.
Arricchita dalla Fontana del moro (1605) di Giovanni Antonio Masi, da quella dei
Fiumi (1651) del Bernini e dalla Fontana
del Nettuno-o de' Calderari (1574) del Della Porta, questa vasta e
bellissima piazza non soltanto ha una storia di secoli, ma rappresenta un
grandioso complesso urbanistico, di recente completamente isolato dalla
circolazione delle autovetture.
27
a
stabilire tale tributo e Paolo Il l' addirittura impose agli ebrei l'uso del
tabarro rosso. Tale imposizione fu
ribadita poi anche da Sisto IV m; questi dava tanta importanza alle feste del
Carnevale che impose una gabella sugli onorari « dei lettori della Sapienza »
al Senato per sovvenzionare le spese del pranzo che si faceva in Campidoglio il
Giovedì grasso. Gli ebrei
beninteso si ribellarono e avanzarono suppliche al Pontefice, ma senza riuscire
ad ottenere nulla.
Le
feste carnevalesche di Agone e Testaccio non si ripetevano tutti gli anni, anzi
talvolta vi furono soltanto alcune giostre con palii che venivano concessi ai
vincitori al Laterano. Nell'anno
1465 Pio Piccolomini, nipote di Pioll 21@
vinse un palio,
ma il Papa volle che la vincita
Pietro
Barbo, veneziano di nobile e ricca famiglia, nipote di Eugenio IV, fu mecenate
degli stampatori ed appassionato di antichità.
Lo si ricorda per aver fatto costruire quella splendida opera
rinascimentale che è Palazzo Venezia, il cui progetto è dai Più attribuito a
Leon Battista Alberti.
Il
palazzo fu Poi ultimato da Mario Barbo, suo nipote, patriarca di Aquileià e
titolare della Piccola basilica di San Marco nell'attigua piazzetta omonima' il
-palazzo, vivo Paolo il, fu residenza del Pontefice, ma passò poi agli
Ambasciatori della RePubblica Veneta. Pur
avendo regnato solo dal 1461 al 1471, cluesto Papa molto operò a favore dei
Popoli cristiani oppressi dai Turchi, come l'Ungheria e l'Albania.
Prima che mor-l-sse riuscì anche a far costruire una lega di città per
la difesa dagli ottomani.
20
Francesco della Rovere. Era Generale dell'Ordine dei Francescani e si impose per la
sua vita esemplare. Purtroppo
neanche egli si salvò dal nepotismo, ed elevò alla porpora i nipoti Giuliano,
poi Giulio Il, èd il famigerato Riario. P
er
altri nipoti
concluse
vantaggiosi matrimoni presso le corti di Napoli, di Mi-
lano
e di Urbino. Fu questo il demerito
di questo pontefice, che produsse tanto scontento da portare poi al a Congiura
dei Pazzi
i
nella
quale fu tentato l'assassinio di Lorenzo e Giuliano dei Medici nel Duomo di
Firer)ze il 26 maggió 1478. Mori
nell'agosto del 1484.
21
Il Cardinale di
Siena, Enea Silvio Piccolomini, oggi santo sugli altari.
Eb'
be
da giovane una condotta Poco esemplare, fu favorevole al Concilio di Basilea e
segretario dell'antipapa Felice V. Umanista, coltivò le lettere e la poesia. Egli avrebbe voluto riunire le varie monarchie cristiane
europee Per una crociata contro i Turchi, ed a tale scopo indisse a Man-tova un
congresso che però non approdò a nulla; era il tempo in cui in Germania
regnava una compl
-
eta anarchia, l'Ungheria stava per essere conquistata dall'imperatore Federie,9,
Napoli era ambita dal
28
andasse
a coprire le spese delle giostre per la Rocca di Ponte Milvio '. L'ascesa al
soglio di Pietro di papa Bardo, Paolo Il, dette al Carnevale un'impronta tutta
nuova, e possiamo dire senza tema di smentita che il Carnevale romano, quello
vero, nasce con Paolo Il, perché fu questo Papa che nel 1467 volle che il
Carnevale si svolgesse in piena città, trapiantandolo dal Testaccio, dove
esisteva in linea primordiale e popolaresca.
La
via Lata dove avevano luogo le corse che si organizzavano per il Carnevale,
cambiò appunto pe rciò il suo nome in quella di via del Corso, e la zona
impegnata per le feste era proprio quella del Corso, piazza Venezia, Palazzo San
Marco e la piazzetta delle chiese di Sant'Andrea e Santa Maria della Strada che
poi cedettero il suolo alla Chiesa del Gesù, la cui piazza era, in origine, via
degli Altieri. Il punto di partenza
delle corse era Piazza del Popolo, che a quei tempi era in piena campagna, con
la chiesa di Santa Maria, e la tomba di Marcello, o secondo alcuni della madre
di Nerone. Dal palazzo del Papa,
oggi Palazzo Venezia, si assisteva all'arrivo delle « bestie bipede », che
erano « ebrei, garzoni e vecchi » che si disputavano la conquista dei palii.
Paolo
Il seppe comprendere la sua epoca molto meglio dei suoi antecessori tanto da
applicare in pieno l'antica formula: panem
et circenses.
Lasciava
che il popolo si sfrenasse e si divertisse finché voleva nei giorni di festa.
Paolo Il non solo volle il Carnevale in maschera ma volle anche che il
popolo banchettasse in Piazza Venezia mentre egli guardava dalle sue logge.
Invitò nel suo palazzo Corte e patriziato per assistere al primo, vero
Carnevale romano, da quei
Re
di Francia, l'Italia tutta era divisa e la stessa Roma, almeno in parte, si
opponeva al dominio del papa. Il
santo papa non si scoraggiò per il fallimento della prima iniziativa contro gli
infedeli; organizzò una crociata, armando una flotta, e nel 1464 si diresse
egli stesso ad Ancona per imbarcarsi verso la Turchia, ma la morte lo arrestò
il 14 agosto del 1464.
22
L'antico Pons
Milvius costruito dal censore Marco Emilio Scauro nel Il sec. a. C. Rifatto
da Niccolò V nel sec. XV aveva una
rocca a difesa, che fu poi rifatta da Pio VII e dal Valadier nel 1805.
Il ponte fu fatto saltare dai garibaldini nel 1849 e da Pio IX rifatto
nel 1850.
29
balconi
dei quali uno... doveva riuscirci fatale nel secondo ventennio di questo secolo.
La prima mascherata si ebbe appunto per volere di questo Papa, che clargì
ben quattrocento fiorini d'oro per finanziarla.
Essa era composta da un corteo di giganti, puttini ed amorini, a cui
seguivano circa duecento adolescenti con bandiere diverse e personificazioni di
personaggi storici, re e regine, tra cui spiccava per la sua avvenenza
Cleopatra, accompagnata da Cesare Augusto.
Vi era poi l'Olimpo al gran completo, con Diana circondata di ninfe
seminude che conferivano molta attrattiva allo spettacolo e quattro carri
raffiguranti Il apoteosi del Pontefice.
Un
attentato contro il Papa rese un po' titubante il Cardinale Camerlengo se
consigliare o meno il ripetersi della festa, ma Paolo non volle privare il
popolo di tanta allegria e fece disporre armigeri per tutto il Corso, eccezion
fatta per l'anno 1471 in cui fu suo ospite Borso d'Este.
Per la visita del Duca di Ferrara il carnevale assunse un carattere
maggiormente festoso e ci furono giostre, cacce e spettacoli. Ma la più bella carnevalata fu proprio l'ingresso del duca.
Al suo seguito sfilò un corteo con centosettantacinque muli bardati a
festa e ottanta paggi con cani e falconi seguiti da cinquecento cavalieri in
varie divise; furono rifatte in suo onore le feste di Agone e del Testaccio ed i
festeggiamenti si prolungarono per un mese.
Dal Diario di Paolo dello Mastro, apprendiamo che nel 1467 « lo pallio delli Iudei
fu corso il 2 febbraio dall'Arco di Santo Laurenzio in Lucina fino a San Marco
» e che nel giorno successivo « fu corso lo Pallio delli Garzoni » dalla
Piazza di San Marcello ed infine « lo Pallio delli Vecchi ». Egli aggiunse che
nel 1470 si fece lo stesso Pallio e si pensò di farlo correre anche alle donne,
forse ricordando le corse dei tempi di Domiziano, quando queste partivano
vestite ed arrivavano al traguardo quasi svestite, per l'eccessivo entusiasmo
del pubblico. Questa era la «
corsa dei bipedi » nel Carnevale rinascimentale.
Alessandro
VI, che abitava nel Palazzo del Vaticano e poi a Castel Sant'Angelo, trasportò
le varie corse nella zona del Laterano dando come meta di arrivo la Piazza
30
San
Pietro e facendole partire dal palazzo della Cancellaria, poi Sforza Cesarini,
presso Santa Lucia della Chiavica, chiamato in quel tempo « della Simonìa »
perché allora in quella zona vi erano dei trafficanti che facevano mercato
illecito di cose sacre e procuravano, previo lauto compenso, delle cariche
importanti negli Uffici Ecclesiastici. Anche
Sisto IV continuò la politica del Carnevale paolino e riconfermò la gabella
agli ebrei per le feste: furono suoi attivi collaboratori per l'organizzazione
del Carnevale i suoi nipoti, come il Cardinale Pietro Riario, che a soli
ventinove anni però lasciò purtroppo la vita terrena e quindi... il Carnevale.
Nel
1473 il rientro dalla guerra di Levante del cardinale Carafa, della nobile
famiglia napoletana 13
, diede lo
spunto di costruire per il Carnevale dei carri che ricordavano le gesta del
cardinale guerriero e marinaio, e appunto il Riario in onore del Carafa organizzò
anche cene e pranzi a cui fu invitata quasi tutta la corte pontificia.
Di queste feste ebbe a dire un testimonio oculare, Stefano Infessura: «
feste che mai fosse fatte in Roma et anco fori di Roma ». Il cronista ricorda
inoltre un pranzo, dato nel Palazzo in piazza SS. Apostoli
in onore del Carafa nel gran salone decorato con gli arazzi fiamminghi di Niccolò
V, allietato dai canti di Baccio da Firenze e Gaspare di Baviera.
Sempre in onore del Cardinale Carafa
23 La
famiglia si divise nei rami della Spina, principi di Roccella, e della Stadera,
duchi d'Andria. Ha dato un Papa,
dodici Cardinali, due patriarchi, 26 vescovi ed un patriota, Ettore, conte di
Ruvo. Il Cardinale Oliviero Carafa,
presidente del Sacro Regio Collegio di Ferdinando d'Aragona, amico di fra'
Girolamo Savonarola, fu creato arcivescovo da Pio Il e da Paolo II cardinale.
Questo porporato napoletano non è ricordato tanto per i suoi meriti
verso la Chiesa da ecclesiastico quanto per le sue attitudini guerriere ed il
suo valore militare. Egli fu « condotticro d'armata » di quella flotta che Sisto
IV mandò contro i Turchi, e tornò a Roma vittorioso con venticinque
prigionieri e dodici cammelli. In
San Pietro vi era un ricordo marmoreo, citato da un suo discendente, il duca
Riccardo Carafa, con la seguente iscrizione:
Smyrnam ubi Oliverius Cardinalis / Carafa Sixti IV pontificiae Classis /
Dux VI occupasset in Sataliae / Urbis Asiae portum VI irrupit / Ferreamque hanc
catenam / Inde extraxit et super valvas / Huius Basilicae suspendit.
31
papa
Sisto IV volle offrire una grande mascherata in piazza San Pietro ed in tale
occasione i fiorentini corsero un pallio dalla Porta del Popolo ai S.S.
Apostoli.
Con
la morte del cardinale Riario, un altro diletto nipote di Papa Sisto, il conte
Jeronimo, prese l'organizzazione delle feste carnevalesche, che incominciarono
con una grande giostra in piazza Navona alla quale parteciparono cavalieri
italiani, catalani e di Borgogna ed assistettero ospiti illustri come Caterina
Sforza, figlia di Galeazzo, don Stefano Colonna ed altri.
Purtroppo sorsero varie calamità per il papa, come la guerra degli Stati
della Legge contro lo Stato Pontificio, le lotte tra casa Colonna e casa Orsini,
tra i Valle e i Santacroce e i tumulti causati dalla Congiura dei Pazzi.
Al Carnevale quindi non si pensò più e soltanto nel 1482 Papa Sisto
volle riprendere le feste carnevalesche, sebbene in veste dimessa.
Dopo la morte del protonotario Lorenzo Colonna, arresosi a Virgilio
Orsini, il papa proibì in modo assoluto le feste del Carnevale e soltanto con
la sua morte e con l'elezione di Giovan Battista Cibo al pontificato col nome di
innocenza VIII 1 si poté festeggiare di nuovo il Carnevale a Piazza Navona, al
Campidoglio con la corsa del toro ed al Campo di Fiori ove era il Palazzo della
Cancelleria: di lì si sboccava allora al Canale di Ponte e da San Pietro Papa
Innocenzo poté assistere alla festa.
Nel
febbraio del 1492 Ferdinando il Cattolico " volle portare personalmente al
Papa la notizia della caduta di
24
Il genovese Giovan Battista Cibo. Combatté
gli Aragonesi perché Ferrante si rifiutava di pagare il tributo alla Chiesa, ma
riuscì a sistemare i rapporti con la Corte napoletana dopo il matrimonio del
figlio Franceschetto con la figlia( di Lorenzo il Magnifico. Anche con i Turchi, e precisamente con Maometto Il, fece una
tregua nel 1481, ricevendo anche un figlio del sultano come ostaggio, a garanzia
della sua buona condotta.
25
Detto il Cattolico, titolo impostogli da Innocenzo VIII, era figlio di
Giovanna II d'Aragona. Re
d'Aragona, nel 1469 aggiunse al suo il regno di Castiglia sposandone l'erede
Isabella, ed è quindi ritenuto il fondatore della monarchia spagnola.
Agevolò Cristoforo Colombo, permettendogli il suo viaggio verso
l'America.
32
Granata,
finalmente liberata dai Mori e fu tale la contentezza per questo avvenimento che
come ci fa sapere il cronista: « coelum ardet luminaribus: terra tormentis
reboat ». Così si volle commemorare la vittoria di Granata con dei carri, e fu
simulata un'azione di attacco da parte di spagnoli contro un fortilizio dei
Mori. La mascherata fu poi portata
nella chiesa di San Giacomo dove si cantò un Te
deum in ringraziamento. In
questo stesso anno si cominciarono a dare spettacoli teatrali durante il
Carnevale per opera principalmente di Pomponio Leto.
In
effetti il Carnevale romano, libero, sfrenato, come lo permetteva Paolo 11, che
poi era... veneziano, non durò molto; forse una cinquantina d'anni, perchè i
Papi cominciarono ed emanare Bandi ed Avvisi che vietavano determinate
mascherate e travestimenti « con vesti cardinali, vescovi o prelati né in
cocchio -né s-é-nza coc.éhio », altrimenti vi era l'ammenda di ben cinquanta
scudi d'oro, la confisca del cocchio, del vestito e dei valli.
In alcuni casi furono previste anche pene corporali icon scudisciate da
infliggere in pubblico e proprio « nel @luogo dell'arresto, senza domandare né
conoscere chi siano ».
Sotto
il dominio dei Borgia " tutta la vita romana rispecchiava la corruzione del
tempo e dei costumi. Si può quindi
immaginare in quell'epoca di completa amoralità cosa potesse accadere nel
periodo di Carnevale! Si ritornò
in effetti ai primi secoli della chiesa, e sotto altra veste baccanali e
saturnali si ripeterono con sfarzoso lusso e sfrenatezza di costumi.
Nel 1499 il gonfalo-
26
Famigerata
famiglia spagnola che si stabilì a Roma alloruando uno dei suoi membri,
Alfonso, fu eletto papa col nome 5i Callisto III (1455-1458).
Rodrigo, poi Alessandro VI, ebbe da alcune donne i figli Seronima,
sposata a G. H. Cesarini, Isabella, sposata a Piero Matuzzi, Pedro Luis, duca di
Candia, Giovanni, duca di Camerino e di Nepi.
Dall'unione con Vannozza Cattanei nacquero l'infausto Cesare, duca di
Valentino e di Romagna, sposato a Carlotta d'Albret, Juan, secondo duca di
Candia, che sposò Maria Enriquez, la bellissima Lucrezia sposata prima a
Giovanni Sforza conte di Pesaro, poi ad Alfonso d'Aragona duca di di Ferrar-
Bisceglie,
e poi ad Alfonso d'Este duca
a, Joffrè, che
sposò Sancia
d'Aragona e poi Maria de Milà. 33
niere
Giorgio Cesarini ',,organizzò il Carnevale in Piazza San Pietro, ma le maschere
furono proibite dopo le severe prediche del Savonarola: la Corte Vaticana
cercava di guardarsi le spalle, mentre le fazioni attendevano la confusione e la
piazza per avere la possibilità di ammazzare ed eliminare le persone che davano
fastidio.
Il
secolo XVI fu inaugurato col Giubileo, vale a dire con l'Anno Santo, ma ciò
nonostante in Piazza Navona ci fu una mascherata di ben undici carri con la
rappresentazione della Gloria di Giulio Cesare ideata dal Valentino e fu
addirittura permesso di entrare nelle chiese in maschera senza alcun ritegno né
rispetto. Nel 1502 per il
matrimonio di Lucrezia Borgia con il duca Alfonso di Ferrara il Carnevale fu
anticipato al 17 dicembre con un gran ballo al palazzo di Lucrezia ', e per
l'occasione si permise di portare la maschera in strada, sicché le cortigiane,
forse in onore dei Borgia, sfoggiarono le più belle maschere e tutta Roma
diventò un lupanare. Per le strade
più o meno buie si poteva assistere a scene di erotismo che si svolgevano sia
in carrozza che a piedi e non lasciavano nulla all'immaginazione. Del resto non c'è da meravigliarsi: era il tempo dei Borgia,
e vizio e lussuria regnavano incontrastati.
Ai primi dell'anno si ebbero feste anche in Vaticano e nella sala « del
pappagallo », dove il Papa era riunito con dieci cardinali, Si b'a' il @o' -
perfino la moresca, ballo molto in voga a quel tempo. In piazza vi fu la corsa dei tori e... i « salti » per «
acconcia visione di varie madonne »; i giorni seguenti si recitarono alcune
commedie, seguite o precedute da spettacoli allegorici e coreografici che
lodavano le « rare virtù » (!) dei Borgia.
L'anno seguente, il 1503, che doveva essere l'ultimo del
Il
Appartenente a nobilissima ed antichissima famiglia romana che secondo alcuni
discendeva da Cesare, era figlio del marchese Giuliano, anch'egli Gonfaloniere
del popolo. La famiglia fu sempre
avversata da papa Clemente VII per rancori esistenti fra i Cesarini ed i Medici,
la famiglia del Papa.
28
Secondo alcuni non fu dato al palazzo di Lucrezia, ma in quello di
Vannozza Cattanei che è sulla scalinata che da piazza Cavour porta a San Pietro
in Vincoli. Potrebbe anche essere
esatto, tanto pi@ che nell'epoca la zona elegante di Roma era quella.
34
papato
di Alessandro VI, il Carnevale si iniziò come di consueto, ma erano state
permesse le maschere anche nei giorni di Natale e proprio il giorno di Natale ci
fu una mascherata che fu tutta una satira sulla corte pontificia.
In quest'anno morirono molti cardinali e durante una mascherata un
individuo vestito da cardinale in cappa e porpora offrì, macabra satira, un
gran calice- al cardinale decano, Orsini, che assisteva col papa in San Pietro.
L Orsini morì sul colpo e allo sconosciuto in maschera a cardinale
furono mozzate le mani e la lingua, ma l'episodio è altamente significativo.
Ad Alessandro VI si deve l'innovazione della Corsa delle cortigiane, che
partiva dalla Piramide del Borgo e terminava a San Pietro.
Con
Giulio 11, perché di Pio III è inutile parlare data la brevità del suo
pontificato, le cose cambiarono ed il carnevale finì col passare quasi
inosservato; il papa era sempre sui campi di battaglia e solo quando tornò
vincitore cla Perugia e da- Bologna si festeggiò il Carne-
vale
in sa" allegria dal 17,gennaio all'8 marzo. Furono na 'he le feste nuziali della
celebrate
in questo periodo anc nipote del Papa Lucrezia Gara della Rovere con
Marc'Antonio Colonna, e si rifecero le feste in Agone ed al Testaccio.
Le guerre ripresero, sempre con la vittoria del papa guerriero ed il
carnevale negli anni successivi passò inosservato, ma nel 1513 papa Giulio
dispose che la Camera Apostolica ordinasse « palli e trionfi con degli
ornamenti » e così:
...
in ogi strada et omni foro
In
caccia il bicorn to bravo toro.
La
festa in Agone quell'anno fu imponente, perché rappresentò l'apoteosi di papa
Giulio e non fu di meno quella al Testaccio durante la quale furono messi vari
pallii per la corsa delle bufale e dei vecchi.
Con
l'elezione di Leone X, Roma divenne la vera caput
mundi, il centro dei divertimenti e delle feste e tutto il pontificato di
questo papa fu « un baccanale continuo », a dire dei cronisti.
Le feste carnevalesche non ebbero più calendario e diventarono più
allegre e meno
35
agonistiche;
poche giostre e molto più teatro e divertimenti, specialmente quando i nipoti
del papa, Giuliano e Lorenzo de' Medici, furono eletti patrizi romani.
Fu costruito un gran teatro in Campidoglio con « sette gradi di sedili
»: organizzava le rappresentazioni ed i conviti il Gonfalonìere Gian Giorgio
Cesarini. Le rappresentazioni
avevano quasi sempre soggetti osceni, cosa che del resto fu la caratteristica
dei lavori di quel secolo, il cui più fortunato esponente letterario fu Pietro
l'Aretino Caratterizzarono questi carnevali di papa Leone anche le cacce con
falconi e corni, durante le quali ogni volta si facevan fuori decine di maiali.
Il carnevale romano si trasferi anche a Firenze, perché il nipote del
papa volle imitarlo nella grandiosità di questi festeggiamenti che non
divertivano solo il popolo, ma anche la corte.
A Roma si volle allora far qualcosa di nuovo per il Carnevale: « el
gioco de le Cane che fu bel vedere », che consisteva in una corsa di cavalli
divisa in varie squadre di cavalieri.
Le
commedie dell'Ariosto si rappresentavano con le scene dipinte da Raffaello e per
non saper più cosa inventare un convito di Lorenzo Strozzi passò alla storia
per aver fatto trovare agli invitati teste di morto dappertutto insieme... a
fagiani e pollanche. Durante il
pontifìcato di Leone X si videro dei cardinali, come l'Aragona ed il Gara che
travestiti in maschera, accompagnavano
29
Detto l'Aretino
perché nato in San Pietro di Arezzo, sembra che il poeta si chiamasse Pietro
Bacci. Questo « indiavolato
toscano», come lo definì Alessandro del Vita, che...
di tutti disse mal fuorché di Cristo
scusandosi col dir: «Non lo conosco»... era temuto da tutti, compresi regnanti e
potenti, per i suoi strali poetici che colpivano senza pietà.
Visse--a lungo a Roma, protetto da Leone X, mecenate delle arti e della
letteratura, in splendidi palazzi e ville ed in un ambiente orgiastico ricco di
fasto e di avventure. Dopo la morte del papa l'Aretino si allontanò da Roma e si
stabilí prima presso la corte dei Gonzaga a Mantova, poi in Francia presso
quella di Francesco 1, infine a Venezia sotto la protezione del Doge Andrea
Gritti, ove rimase fino alla morte, avvenuta nel 1556.
Tra le sue maggiori opere ricordiamo: I
Dialoghi, le Lettere, Orazia, le commedie Il
Marescalco, La Talanta, L'Ipocrita, La
Cortigiana, Il Filosofo, ed una impertinente parafrasi dei Salmi chiamata l'Aretino penitente.
36
i
tori al Testaccio in corteo con mamelucchi: fu propri(> nel '500 che i
giuochi e le carnevalate al Testaccio si affermarono si da diventare
tradizionali e durarono circa quattro secoli.
Oltre che il Carnevale al Testaccio si faceva anche la processione della
Passione di Cristo, poi chiamata Via Crucis.
Ritornando
alle « Corse di Iudei de zitelli e de giovani», un menante del 1585 scriveva
che le « bestie bipede » per cui egli intendeva gli chrei,-correvano
insieme -agli anim _ali perché era
no condannati « a farla da barberi » nel Carnevale di Roma; in realt@a
la corsa dei bipedi era fatta da tutti. Un
poeta fiorentino, tale lohannes da Pennis, che sappiamo esercitava anche la
professione di medico, ci ha lasciato un poemetto in ottave intitolato Magnifica
et sumptuosa festa fatta dalli signori Romani per il Carnevale.
A dire il vero si tratta di una vera cronaca in versi, che fu poi
imitata in Francia dal Loret con la Muse
historique, che conclude così:
El primo dì del mese di febbraro
Si corson tutti e giovani gagliardi
Che furono più assai, ch'un centinaro,
Destri saltavan, come leopardi
Né fu le mosse de' Judei divaro
Ma non furno nel correr tanto tardi,
Fur ben le mosse, secondo ch'io stimo,
E che si dette il palio, a
chi fu il primo.
Quindi
come si vede le Corse di bipedi non erano fatte solo dagli ebrei, né solo per
scherno o per barbarie. L'uso di
queste corse risale all'epoca romana, quando si facevano nel Circo Massimo e
rappresentano quindi lo sbiadito riflesso medievale degli spettacoli della Roma
pagana.
Oltre
agli ebrei del resto erano _ogge,
@@i
d scherno i -,frati, come apprendiamo da un brano del Cortigiano
di" aldassarre Castiglione 10: « lo essendo maschera passai,
30 Nacque
a Cesenatico, nel mantovano, nel 1478, fu discepolo di Giorgio Merula e di
Demetrio Calcondila. Visse alla
Corte di
37
e vedendo un Frate, così da un canto, che
stava un poco sospeso, giudicai aver trovato la mia ventura, e subito gli
corsi come un famelico falcone alla preda; e prima domandatogli chi egli era,
e esso rispostomi, mostrai di conoscerlo, e con molte parole cominciai ad
indurlo a credere che il Bargello l’andava cercando per alcune male
informazioni che di lui s’erano avute, e confortarlo che venisse meco insino
alla cancelleria, ch’io quivi lo salverei.
Il Frate pauroso, e tutto tremante, pareva che non sapesse che si fare;
e dicea dubitare se si dilungava da S. Celso, d’esser preso. lo, pur
facendogli buon animo, gli dissi tanto che mi montò di groppa, e allora a me
parve di aver a pieno compito il mio disegno, così subito cominciai a
rimettere il cavallo per Banchi, il quale andava saltellando e traendo calci.
Immaginate or voi che bella vista faceva un Frate in groppa di una
maschera, col volare del mantello scuotere il capo innanzi e’ndrieto, che
sempre pareva ch’andasse per cadere. Con
questo bello spettacolo cominciarono quei signori a tirarci uova dalle
finestre, e poi tutti i banchieri e quante persone v’erano, di modo che con
maggior impeto cadde dal Cielo mai la grandine come da quelle finestre
cadevano le uova ».
L’avvento alla cattedra di
Pietro di Giulio III diede « licentia ad ogni et qualunque persona di poter
far mascare senza in corso di pena et no’ ostante qualsivoglia
prohibitione
in contrario fatta, per esser così la volontà
di
SS. ». Le « licentie » però durarono
poco, perché con
l’aumentare
degli eccessi del popolo nel 1555 iniziarono
di
nuovo le proibizioni come « rioii tirare milagnole né
ova, né qualsivoglia et sia
acqua, ovvero altra cosa putrida ».
Lodovico il Moro, di
Francesco Gonzaga e di Guidobaldo da Montefeltro, e dopo aver servito sempre
da perfetto gentiluomo, come lo chiama Francesco Flora, compose il Cortegiano, che tratta appunto dei doveri e del modo in cui deve
comportarsi chi vive presso le corti. Durante
il Sacco di Roma Clemente VII lo inviò come ambasciatore a Carlo V, ma con
esito molto poco lusinghiero, tanto che fu da alcuni ritenuto responsabile del
sacco. Mori a Toledo nel 1529, e
dopo la sua morte fu definito uno dei migliori cavalieri del suo tempo.
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Così fu proibito ancora di
« portare armi tanto offensive quanto difensive, bastoni, bacchette et s
assi,... con pene etiam fino alla morte inclusive ad arbitrio di Monsignore
Reverendissimo Governatore, intimando che i delitti fatti dalle maschere si
puniscano straordinariamente et secondo l’arbitrio sopradetto ».
Questo Bando” del 1500 fu
famoso perché in esso per la prima volta si parla di pena di morte per...
licenze carnevalesche! A dire il
vero sembra forse un po’... esagerato al giorno d’oggi, ma altrettanto
sfrenati dovevano
31 ORDINE CIRCA
L’ANDARE IN MASCHERA ET ALTRI.
Carlo de Grassi Vescovo de
Montefiascone e Corneto Governatore, etc.
A fine che quello che per soddisfazione e ricreatione del popolo viene
da superiori tollerato, non parturischi inconveniente alcuno contro l’honestà
e quiete pubblica: Si ordina a qualunque persona di qual si voglia grado,
dignità o preminentia, etiam se fusse tale che havesse bisogno di essere
specialmente espressa, che vestendosi in maschera questi prossimi giorni di
Carnevale non ardischi o presumi di contravvenire alle infrascritte
prohibitioni, sotto pena di ricevere ipso facto dal Barigello tre tratti di
corda, et più oltre di essere condannato in pena pecuniaria e corporale,
etiam fino alla morte inclusive ad-arbitrio di Monsignor Reverendissimo
Governatore.
Et prima si vieta
l’andare in habito di Cardinale,- di Vesc ,@o vo, di frate, o che in
qualunque modo rapresenti persona di religione
Appresso si prohibisse
l’intrare immascarato nelle Chiese, o accompagnarsi,-con _religio@-per--Ie- Bada-.
!tem se interdice il portare
armi tatítd,offensive quanto dif-, tensive, bastoni, bachette e sassi, o íiisti-umenti
di qual si voglia sorte atto ad ingiuriare alcuno, intimando che i delitti
fatti dalle maschere si puniranno estraordinariamente, et secondo lo arbitrio
sopradetto.
Et perché nelle caccie de
Tori pare necessario di portar armi, si commanda che ogni maschera uscendo
dalla caccia, debbia subito deporre ogni arme nel più vicino luogo che potrà,
ne presummi in modo alcuno andare per la città armato, che senza eccettuazion
di persona o di accidente qualunque sarà trovato, se severissimamente.
Se =isse ancora
totalmente l’andare in maschera per le strade o in qualunque modo travestito
doppo le due hore di notte.
Item si commanda et ordina
che nissuna persona sotto qual si vogli pretesto o colore ardischi di fare
lotti o altrimenti venture d’alcuna sorte, o ver con giuochi e modi illeciti
vendere le merci loro, sotto pena di perdere le robbe e danari, e di essere
carcerati e condannati in altre pene ad arbitrio del Reverendissimo
Governatore. Datuin Romae ex
aedibus praefati Reverendissimi D.ni Gubernatoris.
Die 7 februari 1560.
C. Montisfiacon.
Gub.
39
essere gli eccessi popolari
che lo resero necessario. Nel
1586 fu emanato un altro Bando” nel quale si promettevano tre tratti di
corda a quelli che comunque potevano provocare disordini, e se per caso
avessero causato
BANDO DEL CORRERE LI PALII. Per ouuiare alli scandoli, dissordini, & inconuenienti, che sogliono occorrere in questo tempo di Carnouale per il correre de palii, lo Illustriss. & Rcuerendiss. Mons. Mariano Perbenedetti, Vescovo di Martorano di questa alma città di Roma, &am