Il Carnevale dei nostri nonni

Del Carnevale Massafrese si hanno notizie sino dalla fine dello scorso secolo, grazie alle cronache di Raffaele Grippa, che ci ha riportato nel suo "Cinquant’anni di vita massafrese", aneddoti di trovate esilaranti del tempo.

Particolare era la battaglia a suon di cannellini e fagioli lanciati dai signori sulle carrozze, a cui rispondevano i borghesi a piedi con arance e mazzi d’insalata e tutto quello che gli erbivendoli avevano sulle panche. Peccato che l’usanza si è persa! Sarebbe bello lanciare, oggi, mazzi d’insalata sulle costose automobili dei nostri "signori" contemporanei!

Ancora più caratteristica doveva essere la processione dei felpaioli (che erano oltre duemila), che, incappucciati, portavano, a spalle, salmodiando scurrilità, Sant’Accione, rappresentato da Giovanni Franchino (alias Piciunno), che riceveva omaggi gastronomici dai beccai del tempo.

Sant’Accione sfilava di domenica lasciando il posto il martedì alla sfilata dei carrettieri, che capeggiati da Vincenzo il Tarantino, portavano in processione un Carnevale in fin di vita, raccogliendo doni e cibarie dai negozi, cantine e caffè. Il trionfante corteo, armato di siringhe e clisteri, era aperto da un caratteristico gruppo con vasi da notte pieni di "brasciole" e "polpette de cavadde" che cantava in coro: "O ccè cuccagna, o ccè cuccagna / addò si caca, addè si magna! / O ccè gusto, o ccè piacere / addò si piscia, addè si beve!"

Più composte le manifestazioni organizzate dai fratelli Di Lorenzo, con i conciapelli e fiscolai, così come quelle dei fornai, con le lussuose bare contenenti il carnevale moribondo, decorate dai Salvi, Attorre e Mingolla o, ancora, il "quattroruote" di Fafuoco.

Il corteo era chiuso dalle sghignazzanti accompagnatrici di Rosa, moglie del carnevale, che veniva chiamato Giovanni, forse in ricordo di Giovanni Carnevale, animatore delle prime manifestazioni massafresi nella prima metà dell’800. La fanfara minore di Domenico Franchino accompagnava con le sue musiche i cortei.

A mezzanotte i lugubri rintocchi della chiesa di S. Maria (abbattuta nel 1929) segnava la fine del Carnevale, che veniva bruciato o gettato nella gravina. Il ricordo amaro delle baldorie ci è testimoniato dalla strofetta che si recitava all’indomani: "Carnivale mije / chine di dogghie / ajere maccarune / e josce fogghie!"

(Fonte: "Quando a Massafra è Carnevale", Ladiana & Jacovelli, Regione Puglia 1982)

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